mercoledì 26 gennaio 2011

Il mistero di Ippolito Nievo: chi mise “quella” bomba?

Il fortunato programma di Gianni Minoli, “La Storia siamo noi”, si occuperà prossimamente dell’inquietante episodio che ha visto protagonista il celebre scrittore e garibaldino Ippolito Nievo. Non tutti sanno che l’autore di “Confessioni di un Italiano” fu anche uno dei Mille che accompagnarono Giuseppe Garibaldi durante la campagna che contribuì, in modo determinante, all’Unità d’Italia. Le mansioni del Nievo, nell’ambito della spedizione in camicia rossa, fu quella di contabile. Non era certo un compito semplice. C’era da segnare sui quaderni sia le entrate, comprese le “sponsorizzazioni” che molti Stati europei dell’epoca erogarono alla causa garibaldina, sia le uscite che, probabilmente, hanno visto anche parecchie voci destinate a “favorire” uno scarso impegno da parte di alcune frange delle truppe borboniche. Fatto sta che i documenti contabili redatti dal Nievo rappresentavano forse una “macchia” nel candido percorso storico dei Mille. E così, il 4 marzo 1861, pochi giorni prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, lo scrittore – contabile si imbarcò sul Piroscafo Ercole, in navigazione da Palermo a Napoli, per poi proseguire per Genova e quindi a Torino per la consegna ufficiale dei libri contabili al Governo del Re. Ma il piroscafo non giungerà mai a Napoli. Di quasi 90 passeggeri, compreso l’equipaggio, si è persa ogni traccia. Nessun relitto e nessun cadavere fu rinvenuto galleggiare nel tratto di mare più volte ispezionato. E così, di Ippolito Nievo e dei suoi libri contabili non si è più parlato. Fino a quando non è uscito l’ultimo romanzo di quella “vecchia volpe” di Umberto Eco, intitolato “Il cimitero di Praga”. Per la redazione di un paio dei capitoli principali, lo scrittore si è chiaramente ispirato ad altri due libri, uno scritto da Cesaremaria Glori, dal titolo “La tragica morte di Ippolito Nievo”, mentre l’altro, è di Stanislao Nievo, un pronipote del celebre garibaldino, dal titolo “Il prato in fondo al mare”. Entrambi gli autori hanno ricostruito gli ultimi episodi salienti della vita di Ippolito Nievo, giungendo alla conclusione, peraltro sensata, che lo scrittore-contabile ed i suoi compagni di viaggio siano state vittime di un vero e proprio attentato. L’ipotesi ha affascinato lo staff di Minoli, che ha cercato di capire che tipo di ordigno “a tempo” potesse essere collocato a bordo di un natante, tanto da creare un’esplosione che potesse rapidamente colare a picco l’imbarcazione senza dare scampo a nessuno. Un ordigno che fu, probabilmente, caricato all’interno di una cassa di tipo mercantile, all’interno della stiva del Piroscafo Ercole.

Per fare questa analisi la RAI si è rivolta all’Istituto Ricerche Esplosivistiche di Parma, con il quale ci sono state già in passato diverse collaborazioni. Il sottoscritto, avvalendosi dell’aiuto del falegname parmigiano Ivano Dalla Romanina, ha quindi ricostruito i meccanismi in legno che all’epoca erano presumibilmente utilizzati per temporizzare una carica di esplosivo. Non va infatti dimenticato che a metà dell’800 non c’erano “timer” elettrici o meccanici adeguati e le prime applicazioni elettriche sono arrivate nel 1875, con l’invenzione della lampadina da parte di Edison. A mio modesto avviso era usanza utilizzare, all’epoca, un’arma da fuoco, quale “detonatore” di circostanza. Il simulacro dell’ordigno, con due sistemi di temporizzazione diversi è attualmente visibile presso il Museo dell’Istituto Ricerche Esoplosivistiche di Parma in Strada S.Margherita, 10/A. Per ricreare poi gli effetti di innesco, probabilmente tramite una pistola ad avancarica, la RAI si è avvalsa anche del poligono del Tiro a Segno di Parma, col contributo determinante del presidente Arnaldo Bicocchi e del suo staff. Il responsabile dell’archivio storico di Parma, Roberto Spocci, ha anche consentito che la RAI filmasse i fucili Enfield-Barnett donati, insieme ad altri cimeli, dallo stesso Garibaldi al Comune di Parma.
Ci sarà quindi molta “Parma” in una delle prossime puntate de “La Storia siamo noi”.

di Danilo Coppe
http://www.zerosette.it/?p=990

mercoledì 12 gennaio 2011

L’ALTRO RISORGIMENTO: Ippolito Nievo primo mistero tricolore

Nel marzo del 1861 sparisce nel nulla tra Palermo e Napoli il piroscafo “Ercole”. A bordo lo scrittore con la documentazione economica sulla spedizione dei Mille

di Gilberto Oneto

Il 4 marzo 1861, tredici giorni prima della proclamazio­ne del Regno d'Italia, lascia Palermo il piroscafo "Ercole", di circa 450 tonnellate di stazza. Per l'epoca è una nave vec­chiotta ma perfettamente in grado di affrontare le normali navigazioni sulle rotte tirreni­che. È al comando del capitano Michele Mancino, con 18 uo­mini di equipaggio, napoletani e calabresi, e 40-60 passeggeri. È stipato fino al limite con 232 tonnellate di merce. La destina­zione è il porto di Napoli, la lun­ghezza prevista del viaggio è di 28 ore. Quasi contemporanea­mente partono con uguale de­stinazione e rotta il piroscafo "Pompei" e il vascello inglese "Eximouth".

Fra i passeggeri dell'"Ercole" ci sono alcuni ufficiali garibal­dini appartenenti all'Intenden­za dei Mille. Sono i capitani Salviati e Maggiolini, e Pietro Nul­lo, il giovanissimo fratello del più noto Francesco: li guida il giovane colonnello Ippolito Nievo, friulano di famiglia mantovana, letterato che ha già pubblicato alcune opere, ma che diventerà famoso con Le confessioni di un italiano, dato alle stampe dopo la sua morte. Il gruppetto porta l'intera docu­mentazione dell'amministra­zione militare della spedizione in Sicilia. Ci sono le ricevute, le fatture, le lettere e tutto quello che riguarda la gestione dell'immenso patrimonio eco­nomico di cui è dotato Garibal­di e di quello trovato nelle casse siciliane.

Onestà leggendaria

Sull'utilizzo della cospicua sostanza si è da tempo sollevata una dura polemica politica ali­mentata a Torino dalle critiche di molti parlamentari. Nievo è incaricato dell'amministrazio­ne per la sua fama di correttez­za che alimenta pittoreschi rac­conti: si dice, per esempio, che a Palermo, per garantirne la massima sorveglianza, dorma fisicamente sui soldi che ha in custodia: il più costoso mate­rasso del Risorgimento. La me­ta finale del gruppetto è Torino, dove è atteso dall'Intendente capo Giovanni Acerbi, amico personale di Nievo.

La navigazione procede tran­quilla fino all'alba del giorno 5, quando un fortunale di qualche ora interessa lo specchio di mare attraversa­to. Alle 10 di mattina il tem­po torna calmo e le altre due navi arrivano a Napoli. L"`Er­cole" invece non compare e passano ben 11 giorni prima che si invii una nave a cercarlo. Per quattro giorni il vapore "Ge­neroso" perlustra la rotta, ma rientra senza apparentemen­te aver trovato nulla: però il "Giornale di bordo" re­lativo a quei giorni spa­risce.

Solo il giorno 17 sul giornale "Omnibus" compare una breve notizia: «L'Ercole, battello a vapore della Compagnia Calabro-Sicula, è affondato a mezzavia tra Palermo e Na­poli per un colpo di mare. Incerto il nu­mero dei naufraghi». Tutti gli altri giornali tac­ciono. Il 1 aprile, dopo 25 giorni, lo stesso "Omnibus" scrive che c'è un superstite del naufragio, che è ricoverato in un ospe­dale napole­tano. Ma di questo uomo si per­de subito ogni traccia.

Tutta la vi­cenda è piena di stranezze. Perché un ca­rico così pre­zioso non vie­ne affidato a un vascello più sicuro o, addirittura, a una delle tante navi militari che solcano in quei giorni il Tirreno? Per­ché fare il giro da Napoli quando le carte sono attese a Torino? Perché le ricer­che sono partite solo dopo 11 giorni dal mancato arrivo dell’Ercole"? Perché sull'intera vicenda si è fatto silenzio? Co­me è possibile che il naufragio di una nave di quelle dimensio­ni non lasci alcun relitto?

Non è solo il libro di bordo del "Generoso" a risultare ma­nomesso. Quando, un secolo dopo, Stanislao Nievo, ni­pote di Ippolito, si dedica a una ricerca sui fatti, trova sistematici buchi in tutti gli archi­vi consultati: so­lo nell'Archivio di Stato di Torino e rimasta, nel “mazzo 307" dedica­to all'In­tendenza dei Mille, una cartella sulla vicenda, ma scrupolosa­mente vuota!

Ci sono altri ele­menti interessanti che vanno presi in conside­razione. Lo stesso giorno 4 marzo la flotta inglese dell'ammiraglio Mundy, composta da otto navi, lascia - finito il suo compito di "su­pervisione" - il porto di Napo­li diretta a Malta. Negli stessi giorni l'intera flotta da guerra piemontese è impegnata nel blocco di Messina, che sta an­cora resistendo. Così ci sono nel tratto di mare percorso dall"'Ercole" decine e decine di navi di diversa nazionalità: lo spazio è così intasato che nien­te potrebbe sfuggire. Lo scena­rio è in maniera inquietante si­mile a un altro dei misteri d'Ita­lia, quello dell'incidente di Usti­ca, avvenuto 120 anni più tardi proprio nella stessa parte di mare.

Non si saprà probabilmente mai se l'Ercole sia affondato per una tempesta o per una esplo­sione accidentale o dolosa. Il nipote di Nievo è addirittura sceso sui fondali a cercare risposte, ma senza successo. Le sue ricerche hanno generato due libri: Il prato in fondo al mare (1974) e Il sorriso degli dei (1997).

Sull'argomento è tornato di recente Cesaremaria Glori (La tragica morte di Ippolito Nie­vo, Solfanelli), ricordando altri elementi inquietanti, come la presenza a bordo di tale Loren­zo Garassini, probabile agente cavouriano, che sarebbe perito in mare, ma in un altro naufra­gio, anni dopo nel Golfo del Leone, o come l'atteggiamento di Nievo che da un po' manifestava perplessità sulla sua espe­rienza e voglia di "sfogarsi".

Scontro tra fazioni

Sicuramente dietro alla vi­cenda si nasconde lo scontro in atto a Torino fra due fazioni. Da un lato, i cavouriani intendono dimostrare non solo che l'ap­porto garibaldino alla conqui­sta è stato di facciata, ma anche che si siano dissipate in manie­ra "allegra", se non addirittura truffaldina, enormi somme di denaro. Dall'altro, ci sono i ga­ribaldini che sostengono il contrario. Entrambe le fazioni si ac­cuseranno di avere avuto inte­resse nella sparizione della do­cumentazione, ma lo faranno con estrema discrezione. In particolare, a nessuno interessa troppo fare sapere delle 10mila piastre turche (circa 12 milioni di euro) che erano arrivate dall'Inghilterra a Garibaldi. Lo stesso Generale, in una lettera inviata da Caprera alla famiglia con straordinario tempismo il 28 febbraio, è freddino e strana­mente "burocratico": «Tra i miei compagni d'armi di Lom­bardia e dell'Italia Meridionale - tra i più prodi - io lamento la perdita del Colonnello Ippolito Nievo. Risparmiato tante volte in campo di battaglia dal piom­bo nemico - è morto naufrago nel Tirreno - dopo la gloriosa campagna del'60. Una famiglia che può vantare nel suo seno un valoroso quale il nostro Nie­vo (sic!) merita la gratitudine dell'Italia».

In realtà la sparizione dei do­cumenti fa comodo a tutti, per poter accusare gli avversari, ma - soprattutto - perché a tutti è di vantaggio nascondere verità che metterebbero in difficoltà il cuore stesso (e la cassa) del mi­to di fondazione d'Italia.



Gilberto Oneto
Libero, Mercoledì 12 Gennaio 2011

venerdì 24 dicembre 2010

Il confronto fra il romanzo di Eco e il saggio di Glori

Con questo link si può scaricare il confronto tra le pagine del romanzo Il cimitero di Praga di Umberto Eco e il saggio La tragica morte di Ippolito Nievo di Cesaremaria Glori.

Il confronto dei testi

domenica 19 dicembre 2010

Per voi, cari lettori, farei di tutto. Ma non leggere Eco (in L'angolo di Granzotto)

Egregio dottor Granzotto,
lei ebbe modo di parlare del mio libro sulla tragica morte di Ippolito Nievo. In quell’occasione, scrisse di trovarlo interessante. La ringrazio per quel lusinghiero giudizio.
Ora mi trovo nell'imbarazzo di giudicare ciò che altri hanno definito plagio da parte di Umberto Eco quanto da lui scritto a proposito di Ippolito Nievo nel suo recente Il Cimitero di Praga. In questo romanzo Eco dedica ben novanta pagine per riprendere interamente la mia tesi sulla morte non accidentale dello scrittore garibaldino. Eco da un giudizio negativo sul personaggio Nievo, definendolo un moscardino vanesio e fatuo, ma riprende in pieno la mia tesi che lo vuole vittima di un delitto, anzi vittima della Ragion di Stato. Non so se lei abbia letto il romanzo di Eco (io l'ho fatto e l’ho trovato prolisso e dispersivo, nonché incline a descrivere scene care ai guardoni e ai fanatici dell'esoterismo più depravato), ma nel caso che non lo avesse ancora fatto la pregherei di farlo e giudicare se il plagio (io adotterei, piuttosto, il termine contraffazione) ci sia o meno. Non voglio essere tanto presuntuoso
da pensare di meritare il suo tempo e di sentirmi plagiato da Eco ma, data la notorietà del celeberrimo scrittore piemontese, ho la sensazione che lei si divertirà per questa mia provocazione e che non mancherà di darci le sue argute e calibrate riflessioni.

Cesaremaria Glori
e-mail



Per voi lettori io sono pronto a qualunque sacrificio, caro Glori. A sorbirmi la Bindi e la Serrachiani, a star dietro al clan di Val Cannuta, a leggermi Repubblica e L'Unità, a slogarmi la mascella per gli sbadigli quando mi toccano le lenzuolate di un Eugenio Scalfari o d'una madamin Spinelli Barbara, ad ascoltare sgangherati concioni di Antonio Di Pietro, a sorbirmi almeno una volta l’anno Santoro e Fazio o quel Ridolini di Floris. Però, Eco no. Non mi chieda di leggere Eco e meno che mai il suo recente centone. Mi fido di lei, caro Glori: le credo sulla parola. Eco - lo dico essendomi purtroppo sorbito Baudolino, 526 pagine per raccontare questa storia: Baudolino va alla busca del Graal. Baudolino non lo trova. Baudolino torna a casa – sarà anche l'intellettuale più noto in Italia, isole comprese, ma se un suo libro ti casca sul piede te lo spappola, per dire quanto sono pesanti i suoi mattoni. Che per farcire la sua ultima mattonata abbia attinto a La tragica morte di Ippolito Nievo, il suo bel libro, caro Glori, non mi sorprende. Lei ha gettato una luce nuova sull'inopinato naufragio del vapore “Ercole” nel corso del quale perì Ippolito Nievo – intendente, cioè ufficiale pagatore dei Mille di Peppino Garibaldi - e scomparvero negli abissi le prove di un consistente finanziamento in piastre d’oro fornite dall'Inghilterra e le “pezze d’appoggio” dei versamenti a alti ufficiali dell’esercito e della marina borbonica i quali, così ben foraggiati, consentirono alle camice rosse di procedere pressoché indisturbati fino a Messina, passare lo Stretto e rimontare la Penisola. Tutte cose che ovviamente né Londra né Torino desideravano fossero rese note. Un ghiottissimo materiale che non poteva non stuzzicare la curiosità del noto autore di fogliettoni parastorici e lei caro Glori dovrebbe sentirsi orgoglioso d'averlo, diciamo così, ispirato. Il guaio è che Eco ha voluto metterci del suo ecocizzando – sinonimo di rendere fasullo – la figura di Nievo tratteggiandolo quale un «moscardino vanesio e fatuo». Segno che dello scrittore garibaldino non sa nulla o, peggio, non ha capito nulla. Se Eco fosse uno storico sarebbe grave, ma siccome è solo, sia detto con rispetto e
anzi, con considerazione, un contastorie farabolano, amen. Tanto La tragica morte di Ippolito Nievo è libro che per il rigore dell'indagine seguiterà a far testo, mentre del pastrocchio II cimitero di Praga si perderà presto, molto presto, quasi subito, la memoria

Paolo Granzotto
il Giornale, Domenica 19 dicembre 2010

giovedì 2 dicembre 2010

La tragica morte di Ippolito Nievo nel "Cimitero di Praga"

Per raccontare l'avventura garibaldina di Ippolito Nievo — conclusasi tragicamente il 4 marzo 1861 — nel suo recentissimo "Il cimitero di Praga”, Umberto Eco deve aver preso spunto dal libro "La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole" (Solfanelli, Chieti 2010). Umberto Eco sembra attingere vistosamente e palesemente al libro di Cesaremaria Glori, non soltanto per narrare con taglio romanzesco i fatti, ma anche per interpretare la caduta del Regno delle Due Sicilie nel quadro della volontà politica della Gran Bretagna di quel tempo. Volontà tesa a scardinare il Papato non tanto come Stato quanto come istituzione. Il Regno delle Due Sicilie doveva essere fagocitato da uno Stato laico e incline a perseguire una secolarizzazione della vita pubblica dell'intera penisola. La sua caduta era necessaria per eliminare l'ultimo baluardo difensivo del Papato.

La strana assonanza tra il saggio di Glori e il romanzo di Eco è stata rilevata nel corso della presentazione della nuova edizione de "Il Prato in fondo al mare" di Stanislao Nievo (nipote di Ippolito Nievo), avvenuta martedì 30 novembre, nei locali del Museo Etnografico Pigorini di Roma, suscitando viva curiosità e sconcerto.

È in corso la stesura di un dettagliato elenco di brani ove appare chiara, dal confronto dei due testi, l'esistenza di un possibile “plagio”.

L'Autore e l’Editore non intendono sollevare alcuna questione legale, ma il loro intento è far emergere, quantomeno, che Umberto Eco si è ispirato per la realizzazione di un capitolo del suo romanzo attingendo copiosamente al libro di Cesaremaria Glori " La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole". Ci si aspetta che Umberto Eco riconosca semplicemente di aver attinto all'altrui fatica, per una mera e semplice questione di onestà intellettuale.

martedì 1 giugno 2010

RECENSIONE su "Radici Cristiane"

Se Ippolito Nievo è noto come autore de Le confessioni di un italiano, meno noto è come uomo e soldato (partecipò alla spedizione di Garibaldi contro il Regno delle Due Sicilie). Ma ancor meno nota è la sua fine. Ma andiamo con ordine: durante l’impresa garibaldina fu nominato viceintendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’esercito meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi. Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un Rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza. Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.

E veniamo al punto, ottimamente ricostruito da Glori che si è avvalso di materiale di archivi militari: Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1860; a bordo c’erano 80 persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto. Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il viceintendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico, e non comprese il criptico messaggio dell’annunciato disastro. Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un’immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica. La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.

La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli. Scritto con rigore di studioso, ma affascinante come un “giallo”, il saggio contribuisce a dare una nuova luce sugli aspetti meno noti del Risorgimento italiano, al cui 150° anniversario stiamo avvicinandoci forse senza un adeguato approccio critico.

(RC n. 55 - Giugno 2010)


http://www.radicicristiane.it/libro.php/id/187/Cesaremaria%20Glori/La-tragica-morte-di-Ippolito-Nievo

venerdì 9 aprile 2010

RECENSIONE di Silvia Stucchi (Libero, 09/04/2010)


Il tesoriere dei Mille fatto fuori dagli Inglesi, di Silvia Stucchi (Libero, 9 aprile 2010)

Cesaremaria Glori, La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole, Edizioni Solfanelli, Chieti 2010, 165 pagine, 12 euro

La tesi del saggio, come recita eloquente il titolo, è chiara: Ippolito Nievo, scrittore e patriota garibaldino, perito non ancora trentenne nel naufragio del vapore Ercole la notte fra il 4 e il 5 marzo 1861, sarebbe stato vittima di un sabotaggio.
In altre parole, dietro la morte dell’autore delle Confessioni di un italiano, spesso liquidato frettolosamente - e a torto!- come un “minore” della letteratura italiana, si celerebbe un vero giallo, un rebus rimasto insoluto per più di un secolo. L’autore, Cesaremaria Glori, ex Tenente colonnello, ora ricercatore e pubblicista, è convinto infatti che il piroscafo su cui era imbarcato Nievo, affondato al largo della costa sorrentina, guarda caso in corrispondenza di un tratto dai fondali particolarmente profondi, non fosse poi quella “carretta del mare” come invece venne presentato a posteriori, ma che, al contrario, si trattasse di una nave solida e perfettamente in grado, grazie agli interventi di manutenzione ricevuti, di solcare il Tirreno per effettuare un viaggio che, tutto sommato, potremmo definire di routine.
Ma perché mai la nave su cui viaggiava Nievo sarebbe stata affondata dolosamente? Per spiegare il “sabotaggio” (tale è l’esplicita convinzione di Glori, cfr. p. 126), l’autore, cui va riconosciuto un grande sforzo di documentazione basato sui realia, ricostruisce un ampio quadro storico che permette di comprendere, al di là della retorica della vulgata scolastica risorgimentale, quali siano state le forze veramente in campo negli anni attorno al 1860-61. E pertanto il saggio, diventando anche una sorta d’indagine giornalistica con venature giallistiche, si va a inserire in una più ampia serie di studi che, negli ultimi anni, vogliono non solo demistificare l’appiattente retorica di cui è stato avvolto il racconto del nostro Risorgimento, ma che mirano anche a dare un’immagine meno “a senso unico” di quegli anni, per evidenziarne le tensioni sotterranee, e per riscoprire, le forze attive, magari non proprio in campo aperto, ma determinanti nel loro adoperarsi dietro le quinte. Glori ricorda così che, alle vicende del 1860-61 diedero fondamentale impulso due elementi, solitamente negletti nel racconto patriottico: il primo fu la Massoneria -il cui ruolo nella realizzanda Unità d’Italia è stato indagato da poco in sede critica, per esempio da Angela Pellicciari (cfr. I Papi e la Massoneria, Ares 2007), la quale ha ricostruito i legami tra l’ideale Massonico e quello mazziniano e patriottico, dal momento che “l’unità d’Italia, e quindi la scomparsa dello Stato della Chiesa, erano funzionali all’instaurazione di un nuovo tipo di universalità” (ibid., p. 88); il secondo fattore fu l’intervento – e il finanziamento – inglese. In particolare, scrive Glori esplicitamente, “la conquista del Meridione d’Italia fu (…) agevolata in modo determinante dall’oro britannico (…) Quel fiume di denaro doveva servire a convincere una numerosa schiera di ufficiali e di alti esponenti dell’Amministrazione civile del Regno delle Due Sicilie, quanto meno, a non ostacolare, l’avvento del nuovo Ordine” (p. 132); e degli interessati maneggi inglesi, afferma l’autore, Nievo stesso era, secondo frammento di epistolario puntigliosamente compulsato da Glori, acutamente consapevole (pp. 38-39).
Il giovane Ippolito, per sua sfortuna, incrociò questa delicatissima congiuntura storica, restandone mortalmente (è proprio il caso di dirlo!) coinvolto, perché, membro della spedizione garibaldina, ricevette la carica di Vice Intendente, affidatagli anche in considerazione della sua comprovata onestà e del suo slancio ideale. Ciò comportava una serie di gravose responsabilità amministrative in relazione alla documentazione di spese e finanziamenti dell’impresa, e poneva Nievo in una posizione critica, in quella lotta la quale, lungi dalla vulgata scolastica che vuole perfetta concordia tra Cavour e Garibaldi, divise spesso in seguito i due partiti e le due fazioni. Il nostro patriota e scrittore dovette certo stilare un Rendiconto dettagliato circa lo stato delle finanze della spedizione. E tale documento non poteva non tenere conto del fatto che di tali finanziamenti facevano parte – e questo è il punto focale del testo di Glori - diecimila piastre turche in oro (equivalenti al valore di svariati milioni di dollari odierni, cfr. p. 55), elargite, secondo l’ipotesi già espressa da G. Di Vita durante il convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria” (1988, atti presso le Edizioni Bastogi, Foggia 1990) direttamente a Garibaldi per un valore di circa tre milioni di franchi del tempo. La somma fu convertita, per scrupolo dissimulatorio, in valuta di un Paese, la Turchia, nemmeno lontanamente legato alle italiche vicende, ed era, al contempo, valuta pregiata, accettata ed apprezzata in tutto il bacino del Mediterraneo, particolarmente in isole quali la Sicilia, Malta, Creta e Cipro (p. 56). Glori, addirittura, identifica anche il preciso momento in cui questo tesoro venne imbarcato sui legni garibaldini: ciò sarebbe accaduto durante la sosta a Talamone, sosta motivata tradizionalmente dalla necessità di rifornirsi di cibo ed acqua, il che, secondo l’autore, sarebbe però stato “altamente improbabile”. Piuttosto, va ricordato che, sino a pochi mesi prima della spedizione dei Mille, a Lucca si coniavano per conto della Turchia ottomana le piastre d’oro; una buona quantità di quel denaro giaceva ancora presso la Zecca lucchese, e “nulla vieta di presumere che fosse acquistato da un potente governo straniero” (ibid.), di concerto con il governo della Sublime Porta “per essere destinato a riservatissime esigenze”. Tale fortuna, nonostante manchino- Glori è assai onesto nell’ammetterlo- documenti su specifici episodi di corruzione di ufficiali e amministratori borbonici, avrebbe poi di molto accelerato la successiva marcia trionfale dalla conca di Palermo al Vesuvio. Il denaro fu posto sotto la diretta responsabilità di Nievo, non a caso nominato vice Intendente in occasione della sosta per rifornimento a Talamone, non alla partenza a Quarto e nemmeno all’arrivo a Marsala, il che conferma ulteriormente, se mai servisse, che nella località toscana avvenne qualcosa di fondamentale. E non dimentichiamo che Ippolito, in una lettera alla sorella, dopo lo sbarco a Marsala, afferma testualmente d’essere costretto a dormire su sacchi pieni di denari, i quali, per certo, non possono venire identificati, secondo Di Vita, e nemmeno secondo Glori, con i “pochi soldacci di rame” trovati nelle casse comunali della cittadina siciliana; De Vita, che avrebbe potuto consultare gli archivi massonici di Edimburgo, afferma che il denaro, identificato nelle piastre turche, provenisse dall’Impero Britannico, intenzionato a sradicare dall’Italia il Papato e pertanto favorevole alla causa dell’unità nazionale: così ipotizza con dovizia di particolari anche Glori.
Nievo, quindi, sarebbe perito nel naufragio doloso dell’Ercole, affinché i conti della spedizione garibaldina non rivelassero tale non disinteressato aiuto e, men che meno, la sua provenienza. Non solo: nella fitta mole di materiale d’archivio puntigliosamente compulsato, troviamo citata, e riprodotta fotograficamente, una lettera di condoglianze, firmata Giuseppe Garibaldi e indirizzata alla famiglia di Nievo (p. 126 ss.); la missiva esprime vivo dispiacere, e tuttavia, osa affermare Glori, sfidando nientemeno che il Mito, “il rammarico potrà anche essere stato sincero, ma quella lettera ai familiari ci appare intrisa di ipocrisia” (!): secondo l’autore del presente saggio, infatti, l’Eroe dei Due Mondi, affiliato alla Massoneria sin dal 1844, non poteva essere all’oscuro degli avvenimenti della notte fra il 4 e 5 marzo, così come pure doveva esserlo un altro personaggio ben noto a Nievo, e cioè il console Hennequin, anch’egli di comprovata familiarità con gli ambienti britannici e massonici. I tentativi di dissuasione di quest’ultimo, che cercò ripetutamente di convincere Nievo a procrastinare la partenza, consentirebbero di ipotizzare con una certa sicurezza che il giovane scrittore, al contrario, non doveva essere membro della associazione segreta, per il semplice motivo che, in tal caso, l’Hennequin avrebbe avuto l’obbligo di avvertirlo esplicitamente, per salvarlo, e il giovane, del resto, avrebbe dovuto obbedire al consiglio di un confratello.
Insomma, il testo di Glori espone e propone una tesi chiara, dimostrata more geometrico con dovizia di particolari, riproducendo molto materiale raro a consultarsi, il che dimostra uno studio indefesso, ostinato e appassionato, oltre che, ci pare, competente. Con socratica evidenza, una volta formulata l’ipotesi, sulla base di certe premesse, l’autore ci illustra una serie di indizi dettagliatissimi, per ricostruire un quadro che alla fine risulti persuasivo per il lettore: e, al di là delle conclusioni e delle convinzioni, resta, dalla lettura di queste pagine, l’impressione che sul nostro Risorgimento ancora molto ci sia da dire, e che molte figure, personaggi ed episodi, celino un risvolto avventuroso, ai limiti del giallo, che sarebbe interessante conoscere meglio.

Silvia Stucchi
Libero, 9 aprile 2010

domenica 28 febbraio 2010

NIEVO di Rino Cammilleri (Antidoti, 28/02/2010)

Per quelli che hanno letto il mio Sherlock Holmes e il misterioso caso di Ippolito Nievo (San Paolo): è uscito un libro che parla della vera storia della morte dello scrittore, che nel mio romanzo funge da spunto di indagine per l’Investigatore creato da Arthur Conan Doyle (che era cattolico, anche se spiritista).

Il libro in questione è La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole (Solfanelli), di Cesaremaria Glori. Un libro che, ahimè, non c’era quando ho scritto il mio romanzo, così che mi è toccato ricostruire la vicenda faticosamente.

http://www.rinocammilleri.com/2010/02/nievo/



Cesaremaria Glori
LA TRAGICA MORTE DI IPPOLITO NIEVO
Il naufragio doloso del piroscafo Ercole
Presentazione di Vito Caporaso
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-82-9]
Pagg. 168 - € 12,00

martedì 26 gennaio 2010

" LA TRAGICA MORTE DI IPPOLITO NIEVO" nel volume di Cesaremaria Glori

Ippolito Nievo, l’autore de "Le confessioni", uno dei più bei romanzi italiani dell’Ottocento, partecipò alla spedizione di Garibaldi del 1859. Nel corso della navigazione verso le coste siciliane gli fu affidato l’incarico di viceintendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’Esercito Meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi.

Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza.

Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.

Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1861: a bordo c’erano ottanta persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto.

Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il viceintendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico e non comprese il criptico messaggio del’annunciato disastro.

Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un'immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica.

La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.

La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli, e con essa anche uno dei più grandi scrittori e patrioti italiani dell'Ottocento.

La sua affascinante storia e quella dell'unità d'Italia sono raccontate nel libro di Cesaremaria Glori "La tragica morte di Ippolito Nievo. Il naufragio doloso del piroscafo Ercole", pubblicato Edizioni Solfanelli (pp.168, euro 12), con la presentazione di Vito Caporaso.

L'autore, Cesaremaria Glori, è nato a Roma nel 1936 nello storico quartiere Monti, ove la sua famiglia dimorava da secoli. Fu allievo dell’Accademia Militare di Modena nel biennio 1955/1957, donde uscì sottotenente del Servizio di Amministrazione dell’Esercito. La sua carriera militare si svolse prevalentemente fra le truppe alpine, restandone profondamente influenzato nell’animo e nel corpo. Laureatosi in Scienze Politiche a Roma nel 1970, lasciò l’Esercito nel 1981 con il grado di Tenente colonnello per dedicarsi ad una attività professionale nel campo economico/commerciale esercitata a Belluno, dove tuttora vive.


http://www.aise.it/gestionedb/03-News.asp?Web=Cultura&Modo=12&IDArc=84140

sabato 16 gennaio 2010

Novità: LA TRAGICA MORTE DI IPPOLITO NIEVO

Ippolito Nievo, l’autore de Le confessioni, uno dei più bei romanzi italiani dell’Ottocento, partecipò alla Spedizione di Garibaldi del 1859. Nel corso della navigazione verso le coste siciliane gli fu affidato l’incarico di Vice Intendente, il che comportava la responsabilità dell’amministrazione del corpo di spedizione e, in seguito, dell’Esercito Meridionale. Un incarico pieno di responsabilità questo, suscettibile di critiche che divennero malevole e spesso calunniose nella lotta fra le fazioni che vedevano contrapporsi Cavour e Garibaldi.
Fu proprio per difendersi da queste calunnie, che avevano trovato nella stampa dell’epoca una tribuna ascoltata e temuta, che Nievo fu costretto a redigere un Rendiconto nel quale dimostrava, con meticolosa precisione, l’operato suo e di tutta l’Intendenza.
Fare ricorso a quella stesura fu una mossa corretta, tuttavia nel fascicolo erano contenute notizie riservate, della specie che non sarebbe stato opportuno rivelare.
Nievo partì da Palermo con il vapore Ercole la sera del 4 marzo 1861: a bordo c’erano ottanta persone tra equipaggio e passeggeri e, custodito in una voluminosa cassa, il Rendiconto con tutti i documenti giustificativi che lui aveva predisposto.
Il console amburghese Hennequin, che a Palermo curava gli interessi del Governo di Londra, aveva cercato di dissuaderlo dall’imbarcarsi su quella nave, ma il Vice Intendente non era uomo dall’abbandonare né il suo equipaggio né il prezioso carico, e non comprese il criptico messaggio del’annunciato disastro.
Non sapeva che quel rendiconto non doveva vedere la luce, perché avrebbe rivelato l’ingerenza pesante del Governo di Londra nella caduta del Regno delle Due Sicilie. L’Intendenza aveva dovuto gestire un ingente finanziamento in piastre d’oro turche, che aveva favorito l’arrendevolezza di gran parte degli ufficiali e delle alte cariche civili borboniche: un’ immobilità che aveva paralizzato l’Esercito e soprattutto la Marina borbonica.
La reazione fu tardiva, lacunosa e minata dalla sfiducia aggravata dal tradimento di molti, senza il quale il più grande e agguerrito Stato della penisola italiana, con la terza flotta europea di quel tempo, sarebbe difficilmente caduto.
La mattina successiva la nave si inabissò, quand’era già prossima al golfo di Napoli.



Cesaremaria Glori
LA TRAGICA MORTEDI IPPOLITO NIEVO
Il naufragio doloso del piroscafo Ercole

Presentazione di Vito Caporaso
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-82-9]
Pagg. 168 - € 12,00

http://www.edizionisolfanelli.it/ippolitonievo.htm